Ci sono luoghi nei quali si va per assistere a qualcosa. E poi ci sono luoghi nei quali si torna perché, in qualche modo, ci si sente a casa. Porretta è uno di questi ultimi. Il Porretta Soul Festival, arrivato nel 2026 alla sua trentottesima edizione, è certamente un grande appuntamento musicale, nato nel 1988 e diventato negli anni uno dei più importanti festival europei dedicati al soul e al rhythm & blues.
Raccontarlo soltanto attraverso gli artisti, i concerti e i generi musicali sarebbe, forse, il modo meno autentico per raccontarlo, perché Porretta, nei giorni del Festival, è soprattutto un’atmosfera. È qualcosa che comincia molto prima che si accendano le luci dell’arena e che continua molto dopo l’ultima nota. Comincia nei vicoli, nelle piazze, nei bar, nei piccoli negozi, nei ristoranti pieni, nelle case che aprono le finestre sul rumore della festa. Scende verso il fiume, attraversa le strade, si infila nei tavolini all’aperto e nelle conversazioni di chi si incontra ogni anno, magari dopo dodici mesi esatti, e riprende un discorso lasciato sospeso l’estate precedente.
A Porretta si torna e spesso si torna per rivedere qualcuno. Questa è forse una delle cose più belle e meno raccontate del Festival: la sua capacità di costruire nel tempo una comunità. Ci sono persone che arrivano da lontano e che hanno fatto di questi quattro giorni un appuntamento irrinunciabile. Alcune si conoscono da decenni. Si riconoscono per strada, si abbracciano, si chiamano per nome. Hanno fotografie insieme, storie da ricordare, episodi che nel frattempo sono diventati piccoli miti privati. E improvvisamente il tempo si accorcia.
Ci sono amicizie nate a Porretta, amori cominciati durante una serata, incontri casuali diventati appuntamenti annuali. Ci sono persone che hanno condiviso concerti, notti, tavolate, viaggi, partenze all’alba e ritorni dopo poche ore di sonno.
Ci sono anche quelli che, semplicemente, ogni anno ritornano, perché dopo esserci stati una volta, diventa difficile considerarlo soltanto un evento.
Diventa un rito… uno di quelli da “zoccolo duro!”
La giornata può iniziare lentamente, con il paese che si prepara. Poi arrivano i primi suoni, gli incontri, le chiacchiere. Qualcuno si dirige verso il Rufus Thomas Park, qualcun altro resta in piazza. La musica si moltiplica e sembra appartenere a tutti, non soltanto a chi è sul palco.
Quando arriva sera, Porretta cambia; l’arena si riempie e la musica diventa il centro di tutto. Tuttavia basta allontanarsi di qualche decina di metri per accorgersi che il Festival non è confinato lì dentro.
È nelle strade….È nelle persone che ballano improvvisando, nei gruppi che cantano, nelle voci che si mescolano, nelle persone sedute sui gradini, nei musicisti che si incontrano fuori dal palco, nelle conversazioni con perfetti sconosciuti che, dopo pochi minuti, non sembrano più tali.
Porretta ha una dimensione sorprendentemente democratica in cui non importa molto da dove vieni, quanti anni hai, che lavoro fai; sei semplicemente uno di quelli che sono venuti fin qui.
Dal momento in cui arrivi sai che per quattro giorni il paese avrà un ritmo diverso, sai che incontrerai facce già viste e facce nuove, solo facce da festival, sai che probabilmente dormirai poco.
Alla fine sai anche che prima o poi qualcuno dirà: “Ci vediamo l’anno prossimo”.
Ed è questa una promessa e al contempo la magia che si rinnova.
Il soul, a Porretta, diventa così qualcosa che va oltre la musica. Diventa un modo di stare insieme.
Proprio per questa ragione, oltre la qualità della musica e degli artisti, dopo quasi quarant’anni il Festival continua ad avere un’anima così riconoscibile. La sua storia è fatta certamente di grandi musicisti e di incontri straordinari, ma anche di persone comuni che negli anni hanno costruito intorno a quei concerti una storia parallela, fatta di presenze, ritorni, fedeltà e memoria. La stessa storia del Festival racconta una lunga relazione con il mondo musicale di Memphis e con artisti che a Porretta sono diventati, in qualche modo, parte della vita del paese.
E allora capita di scoprire che non si ricorda soltanto il concerto più bello o l’artista più famoso, magari immortalato in uno dei bellissimi murales che incontri passeggiando, ma ci si ricorda di una sera di pioggia, di una cena finita tardissimo, di una passeggiata lungo il fiume, di una fotografia o di una risata.
Si ricordano soprattutto le persone.
La musica è il cuore, ma intorno al cuore c’è tutto il resto: il paese, l’estate, la montagna, le strade, il fiume, la notte, l’ospitalità, la voglia di stare insieme. E c’è quella sensazione difficile da spiegare a chi non c’è mai stato: la sensazione che per qualche giorno il mondo possa essere un posto un po’ più semplice da vivere, da ricordare e per il quale nutrire una forma di nostalgia anticipata.
Nel 2026, ancora una volta, Porretta ha fatto questo.
Foto: Mariano Trissati (© www.zetaemme.it)


