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martedì, Febbraio 20, 2024
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    Il caso Macchi, la lettera dell’anonimo omicida amante della poesia

    Lidia Macchi, uccisa a Varese il 7 gennaio 1987, all’età di 21 anni, con 29 coltellate, omicidio per il quale era stato in un primo momento indagato Giuseppe Piccolomo, in quanto delle testimonianze rese dai presenti davanti l’ospedale dove lavorava la stessa, in cui il 3 gennaio ’87, tra le 19 e le 21, cinque giovani donne, vennero molestate da un tizio, di cui le stesse fornirono un identikit ed un fotofit, che la Dott.ssa Manfredda trovò in modo inequivocabile sovrapponibile con le foto del Piccolomo all’epoca dei fatti, stessi baffi e lineamenti; ha oggi dopo l’avocazione del caso ad opera della Procura Generale di Milano un nome.

    Sentito il sostituto Procuratore Generale Carmen Manfredda, “Si concretizzava una duplice ipotesi, quella del killer e quella di un conoscente della vittima con un movente passionale.

    Tesi tra l’altro avvalorata dalle circostanze in cui venne trovato il cadavere, infatti all’interno della borsa della stessa vi era una lettera destinata ad una amore impossibile con una poesia di Cesare Pavese.

    La Macchi prima della morte, aveva avuto un rapporto sessuale, ma i vetrini contenti lo sperma repertato, nel 2000 vennero superficialmente distrutti.

    Il giorno del funerale di Lidia Macchi, arriva alla famiglia un anonima lettera con una poesia all’interno “In morte di un amica” di Cesare Pavese, un agghiacciante fatto che sembrava descrivere la scena del crimine. Nel 2014, vennero effettuati così nuovi accertamenti e trovati frammenti di capelli ed estrapolato il Dna dell’anonimo.

    Tali informazioni giunte alla stampa, non passarono inosservate ad una persona, che dopo 29 anni dal delitto, vedendo un servizio televisivo che accostava l’omicidio alla poesia “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di  Pavese, l’aveva fatta pensare ad un brillante amico di molti anni prima e di cui ne era stata anche innamorata, amante di Pavese, che anche a lei aveva proposto tali versi. Così la donna si recò alla polizia,  espose i fatti e questi lo identificarono  in Stefano Binda.

    Perquisendone l’abitazione vennero trovati elementi utili a dimostrare l’equazione che l’anonimo e l’assassino, sono la stessa persona. Venne trovato il quaderno da dove fu estratta la pagina mancante inviata alla famiglia Macchi il giorno del funerale;  la negazione poi del Binda diede il via al processo indiziario.

    Tra l’altro, dalle informazioni assunte la sera dell’omicidio nel parcheggio dell’ospedale vi era la macchina di Lidia Macchi ma anche la fiat 131 bianca di Bindi, venne così smontato l’alibi sommario ed inconsistente fornito dallo stesso. Fu poi trovato nell’abitazione dello stesso anche il libro “Nevrosi e delinquenza”, con segnalibro su “genesi del crimine”, come se il Bindi fosse alla ricerca di auto diagnosticarsi la sua lucida schizzofrenia e trovare spiegazione al suo gesto omicida.

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