Bruxelles, the day after

Ancora una volta le immagini di candele, striscioni e bandiere in una piazza affollata, ancora una volta il cordoglio, la vicinanza e le promesse nelle parole dei maggiori leader europei, ancora una volta lo scoppio di una bomba che ha sottratto la vita a persone qualunque, in luoghi qualunque.

Stavolta è accaduto nella capitale del Belgio, Bruxelles, dove ieri, martedì 22 marzo, due attacchi di matrice islamica hanno colpito prima l’aeroporto internazionale Zaventem, dove due attentatori sono saltati in aria al terzo piano del terminal internazionale, poi la stazione della metropolitana di Maalbeek, dove un terzo terrorista è saltato in aria attaccando il cuore della città, a pochi metri dal Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea. Il bilancio attuale è di 32 morti e 270 feriti, 3 dei quali italiani. Una nostra funzionaria, Patrizia Rizzo, è invece ancora dispersa.

Le prime testimonianze dei sopravvissuti, subito raccolte dai media, dai medici, e dalle forze dell’ordine impegnate nell’evacuazione degli edifici aeroportuali, parlavano anche di spari e di urla arabeggianti prima della deflagrazione, del panico e della paura. E la conferma dello Stato Islamico non si è fatta attendere, arrivata a poche ore di distanza tramite un comunicato stampa.

A pochi giorni dall’arresto del pericoloso terrorista Salah Abdeslam, le forze dell’ordine e le teste di cuoio belghe hanno perciò ripreso la loro lotta senza quartiere alle cellule terroristiche: hanno blindato la città, portato il livello d’allerta al massimo in tutto il paese e individuato i quattro colpevoli dell’attentato: i due kamikaze sono i fratelli Ibrahim e Khalid Bakraoui, il primo si è fatto esplodere all’aeroporto Zaventem, l’altro invece si è ucciso nella metropolitana. Né il secondo kamikaze dell’aeroporto, né l’uomo in fuga, sono ancora stati identificati, anche se questa mattina era circolata la notizia, non confermata dalla procura, che il terzo uomo del commando fosse l’artificiere, Najim Laachraoui, il cui dna è stato ritrovato nel covo in cui è stato ideato il massacro.

All’indomani di questo ultimo atto di violenza, però, tra l’isteria di massa, l’aumento repentino dei controlli, e il silenzio che avvolge la capitale belga restano ancora molte domande. Tutti i grandi capi di stato hanno espresso cordoglio, vicinanza e rabbia, ancora viva nelle parole del presidente francese Francois Hollande, per questi ultimi e tristi eventi. Ma oltre alle rassicurazioni di Obama, in trasferta storica a Cuba, alla riforma culturale delle periferie voluta da Renzi, e alle lacrime di Federica Mogherini, alto rappresentante diplomatico dell’Ue, non sembra delinearsi un piano di sicurezza unitario e longevo, che possa dare risposte concrete a un’offensiva di tale portata.

Che fosse un attacco premeditato o una semplice rivendicazione, esso ha permesso ai terroristi di gettar panico in una città che sembrava impenetrabile, nel centro del potere e delle istituzioni che stanno alla base dei principi comunitari su cui si è fondata la nostra storia dal secondo dopoguerra in poi. Ed è proprio da quelle istituzioni che dovrebbe, forse, arrivare una risposta ferma ma giusta, che non lasci spazio a inutili generalizzazioni, a speculazioni politiche e a discriminazioni etniche. Non tutti i musulmani sono colpevoli di questa strage, ma chi lo è deve essere catturato, per non pianificarne altre.

Giorgia Golia

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