“Caso Happy Birthday”, quando a vincere non sono i contratti

Forse non tutti sanno che “Happy Birthday to you”, la canzoncina che ha accompagnato la transizione d’età di generazioni di bambini in tutto il mondo, in questo momento è nell’occhio del ciclone di una bufera giudiziaria: bisogna ancora pagare una casa discografica per consentirne la riproduzione?

Secondo la musicista Rupa Marya e il produttore Robert D. Siegel no, poiché essa è di dominio pubblico, e hanno anche intentato una causa legale durata 2 anni per provarlo. I due stavano producendo un film sulla canzone, nata nel 1893 come una filastrocca per bambini intitolata “Good morning to all” dalle menti delle sorelle e maestre d’asilo del Kentucky Mildred e Patty Hill, ma gli era stato chiesto di pagare 1500 dollari per la sola riproduzione del brano all’interno della pellicola.

Hanno perciò portato in tribunale il gruppo editoriale Warner Chappell Music, beneficiario dei diritti della canzoncina dopo averli comprati, con 15 milioni di dollari, dalla casa discografica Birch Tree Group, che era succeduta nel 1988 alla Clayton F.Summy Co., l’originale proprietaria.

Oggi, però, il grande colosso dell’industria musicale ha perso: il giudice federale ha infatti stabilito che il copyright registrato originariamente dalla Clayton nel 1935 non è valido. Esso garantisce i diritti solo per alcuni tipi di arrangiamento del brano, ma non per la canzone in sé. La Clayton, e dunque anche i suoi successori, non hanno mai avuto diritto ad apporvi un prezzo.

La questione si fa spinosa per la Warner, visto che la stessa percepisce, solo grazie a “Happy Birthday”, 2 milioni di dollari all’anno, ma per il pubblico è sicuramente rincuorante sapere che a un elemento che ha saputo rendere indimenticabili alcuni momenti presenti e passati non si possa dare un prezzo.

Giorgia Golia

 

 

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